Pubblicato da: Daniele | ottobre 14, 2008

La Libia di Isotta

Arrivati a Tripoli abbiamo preso un altro aereo e ci siamo trasferiti a Sheba, circa 800 kilometri al centro del deserto, verso il confine con l’Algeria.Abbiamo dormito in un piccolo albergo che sembrava un avamposto della Legione Straniera.La mattina alle 7 ci siamo uniti ad altre persone, è stata formata una unica carovana di 6 fuoristrada, in testa le guide ed il capo carovana, un arabo possente, altissimo di origine berbera (come ci hanno detto poi) poi 4 fuoristrada ciascuno con 4 persone più l’autista,a chiudere la carovana un pik-up con acqua e cibo ed un gippone con 5 soldati.

Non stupitevi, c’è bisogno della scorta per andare in certe zone del deserto dove i Tuareg sono diventati a volte predoni. Alle 8 siamo partiti verso il nostro primo campo tendato, nel deserto dell’Akakus. Dopo circa due ore una prima sosta, ai lati della strada in un boschetto di acacie molto spinose. C’è molto vento, fa caldo ma è una bellissima sensazione, silenzio e sole cocente. Il nostro autista si chiama Akmed, è un berbero “inurbato” di età indefinibile. Questo viaggio di trasferimento al campo è un po’ monotono, il paesaggio è una distesa di cespugli, rocce,
sabbia. Ad un certo punto, abbiamo lasciato l’asfalto e ci siamo avviati su una pista (per me invisibile).

Dapprima, una piana rocciosa di scaglie di basalto, con grandi isole di sabbia dorata ed a volte rossastra, dopo circa 50 kilometri di pista, abbiamo visto in lontananza il campo, che si trova a ridosso di una collinetta rocciosa ci sono 20 tende a forma quadrata, spaziose, con veri letti (sorpresona!!!!). La luce è dorata, il vento caldo, molto silenzio nonostante siano presenti più di una cinquantina di persone fra turisti, guide, soldati, personale è un posto affascinante, fuori dal mondo. Mi sono allontanata dal campo e mi sono seduta sulla sabbia, aspetto il tramonto e mi sento di essere un niente perso nell’infinito. Non posso raccontare l’emozione vissuta davanti al tramonto, come mi è difficile raccontare l’alba. Il silenzio era “vivo”, poi, come un lampo ed ecco, abbastanza rapidamente un disco di fuoco è apparso. Il campo in lontananza è ancora addormentato, gli autisti le guide i soldati stanno pregando.

Partiamo e la carovana si snoda tra letti di fiumi asciutti allagati di sabbia, che scavano il massiccio, stiamo andando alla ricerca dei segni che misteriosi popoli neolitici che vivevano tra laghi e paludi in un Sahara una volta verde hanno disegnato rappresentando se stessi, i loro animali, le cacce, le cerimonie. E l’Akakus, nero di pinnacoli di rocce frastagliate e selvaggiamente squarciato da maestosi panorami, è davanti a noi e ci aspetta.
I bastioni nereggianti (in alcuni punti alti fino a 1300 metri) si innalzano verticalmente in lontananza prima che uno sbarramento naturale, sembrano un ostacolo psicologico, un tendaggio scuro e pesante calato su dune sterminate i Tuareg lo considerano un luogo magico, lo chiamano Ksar Djenoun (Palazzo dei Fantasmi) di notte, dicono, avvengo eventi strani: si odono suoni e si accendono fuochi di bivacchi inesistenti.
Difficile far capire che i fenomeni luminosi sono causati dal calore e quelli sonori dalla frantumazione dei differenti strati rocciosi per lo sbalzo termico tra il giorno e la notte. Effettivamente, ora che costeggiamo questo scenario, devo ammettere che la montagna, isolata fra le dune ed orlata di un imponente anfiteatro di torri scure ed alti muraglioni che abbracciano una pietraia riarsa, ha un aspetto poco rassicurante.

Arriviamo a Ghat, ultimo villaggio prima del nulla infinito. Il villaggio, come un’onda di sabbia dal colore uniforme, sembra essere scivolato dalla collinetta appena sotto il fortino triangolare costruito dai Turchi e sembra essere arrivato, rimbalzo dopo rimbalzo, da un terrazzamento ad un altro, fino alla pista, scavando nella discesa vicoli di sabbia. Da dietro le due barriere che li separano dal tutto (i muri di fango delle case e i 12 metri di stoffa blu con cui si avvolgono a spirale il volto) i Tuareg “sentono” che i viaggiatori stanno arrivando e, in una bellissima ed inconsapevole coreografia sahariana, si fanno trovare accovacciati ai limiti della medina con gli amuleti di pietre colorate e pendagli d’argento posati in ordine su panni di velluto nero.

“Burnuss”, un pesante velluto nero ricamato d’oro, era un sontuoso mantello da parata degli italiani in Libia…ed un “burnuss” sembra lo uadi AFA le dune gialle danzano in saliscendi attorno a grandi e lisci lastroni di arenaria nera che, simili ad un tetto di ardesia sconnesso, si sovrappongono scivolando dall’alto dei bastioni di pietra. L’uadi AFA è uno dei centinaia di luoghi dove l’uomo dell’Akakus, nell’arco di diecimila anni, ha disegnato il suo mondo da quello selvatico ed eccessivo delle grandi belve a quello dei pastori, fino al cavallo, fino ai cammelli che segnarono il definitivo trapasso dalle praterie alle piste dei nomadi. Il nostro autista racconta di leggende che parlano di coccodrilli, elefanti, laghi e gente che sulle pareti delle cavità ha pitturato di ocra il suo stupore per un mondo che aveva prima subito e che iniziava a governare. Segni propiziatori, animali, incisioni nelle rocce decorano i ripari alti dello uadi e giù tra il giallo del deserto, si riconoscono i fondi scuri delle antichissime lagune dove questi uomini spingevano le canoe, pescavano e cacciavano ippopotami.

Dopo quattro giorni nell’Akakus, torniamo in città, navigando sulle centinaia di chilometri di dune del Wan Kaza, l’immenso bacino che raccoglieva le acque di tutto il massiccio. Passiamo dalla piccola falce di acqua del villaggio abbandonato di Gabraoun, dominato da una duna ripidissima picchiettata dalle tracce di zampette di grossi lucertoloni neri. Sulle rive di questo lago (che non dovrebbe esserci) le donne, dopo aver staccato i datteri dalle palme, mietono un altro raccolto “sahariano”, questo davvero straordinario, decine e decine di chili di microscopici gamberetti che formano nelle ceste una massa cremosa ed ondeggiante. Ultimo bivacco fra le dune, un Tuareg ravviva il fuoco accoccolato tra le dune e penso che, sì, sarà forse una banalità letteraria ma il Sahara va oltre i luoghi. E’ una divaricazione dello spirito.

Dopo l’ultimo posto di blocco nell’uadi(fiume fossile) la pista supera una serie di crinali tra i picchi, per poi scendere per centinaia di metri in una stupefacente conca delimitata da alti costoni marroni sui fianchi dei quali il Sahara ha appoggiato immense colate di sabbia di vari colori: gialla, arancione, rossa perfino con sfumature blu e verdi. I fuori strada sembrano galleggiare su queste dune soffici e scendendo veloci, alzano, con un rumore ovattato (quasi da nevicata) piccole quantità di sabbia lieve come polvere. Il nostro autista ci dice che questa è la strada nascosta che porta all’ingresso in discesa dell’Akakus, una strada che si può imboccare, ma non risalire: chi si tuffa nella valle delle prima conoscere la via per uscire dai 150 chilometri di labirinti di rocce e sabbia.

Noi, simili a bimbi cui si è spalancato il tendone del circo delle meraviglie, scendiamo dai fuoristrada e ce ne stiamo là con la nostra meraviglia silenziosa ma questo paesaggio ci strapazza dentro. La sera i Tuareg montano le tende per la notte sulla sommità di una duna che muore contro un alto costone di roccia…da qui si domina la valle e poi, al di là dei picchi, altri “uadi” ancora fino a dove l’ultima luce riesce a scavare e rimandare scaglie di panorami che, già immersi nel buio, immagino immensi e misteriosi. I Tuareg hanno acceso il fuoco e, come infermieri che sollevano le gambe ai nuovi nati e li schiaffeggiano dolcemente, estraggono da sotto la cenere una grande e bruna luna piena di pane bollente – il taajeelah – e, per pulirla, la fanno danzare per aria da una mano all’altra.
Pane caldo, pomodori, formaggio duro di capra ….datteri succosi….che cena

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